.

  herzog [ Memorie di un giovane bibliotecario ]
         

Età indefinita, tendente al giovane ma non troppo.

Residenza da qualche parte, in Emilia Romagna, immerso nella nebbia d'inverno (la nebbia quella bella, che ammanta e ovatta come la neve) e nelle zanzare d'estate (le zanzare quelle brutte, che pungono senza pietà)

Fornisco stimoli, creo, osservo, vago.

Imparo, sempre.

mailto:herzogx@libero.it



BlogItalia.it - La directory italiana dei blog Blogarama - The Blog Directory Listed on Blog Tree Listed on Blogwise Listed on Peaceblogs

Bloggers cotro la guerra



LATEST VIOLENCE: 


18 ottobre 2004

Rare bit fiends

E' stato strano, come nella maggior parte dei miei sogni.

Ero in un film, ne ero l'attore, lo sapevo, ma allo stesso tempo intorno a me non c'erano telecamere o registi. Lavoravo in un negozio di dischi, lo stesso negozio in cui sono andato più e più volte a Londra a comprare dischi, a Camden Town, proprio di fianco alla fermata della metropolitana, dove lavorava Shane McGowan quando aveva 20 anni e una cirrosi in meno. La gente passava, si fermava, chiedeva, e iimprovvisamente il regista ero diventato io. Guardavo le persone entrare, e ne tracciavo la storia, filmavo quelli che sapevo essere i loro pensieri, i loro segreti. Una ragazzina dall'aria innocente che aveva paura di andare in farmacia a comprare i preservativi nell'attesa della prima volta col suo ragazzo, più grande di lei e interessato solo a segnare una tacca con gli amici e poi scaricarla. Un signore di mezza età che cercava nella musica i ricordi di un periodo che non c'era più. Un ragazzo coi capelli sparati in aria che non aveva ancora capito che il punk è morto quando è diventato moda e, da lì in poi, le creste colorate sono solo omologazione quanto tutto il resto, come omologazione era la dose di droga che gli sarebbe stata fatale qualche mese dopo.
Non volevo, non volevo carpire i loro segreti, mi sentivo inutile e impotente, non potevo fare nulla, avrei voluto avvisarli, dirgli quello che li aspettava, cambiare il loro destino, ma non riuscivo a parlare di altro che dei dischi in uscita e dei vecchi classici jazz.
Condannato ad osservare senza vivere.

Ma forse sempre meglio che essere condannati a vivere senza osservare, passare in mezzo a tutto senza la consapevolezza di quello che ci accade.

Non so, può darsi che lo scopra la prossima volta che mi addormenterò...




permalink | inviato da il 18/10/2004 alle 23:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa



12 ottobre 2004

Discriminazioni





permalink | inviato da il 12/10/2004 alle 11:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa



10 ottobre 2004

Consigli per gli acquisti

Vi ho già rotto le scatole diverse volte con gli spettacoli teatrali di Lenz Rifrazioni, ma non posso fare a meno di dirvi che a Parma e provincia, fino al 17 Ottobre, c'è il festival "Natura dei Teatri", organizzato da Lenz Rifrazioni ma con spettacoli anche di altre compagnie un po' da tutta Italia. Se volete sapere il programma preciso andate qui: http://www.lenzrifrazioni.it/placeholder/0index.htm. Io, da parte mia, vi consiglio la quadrilogia tratta da Grimm (Biancaneve, Cenerentola, Cappuccetto Rosso, Pollicino), ma penso che praticamente tutto valga la pena di essere visto.



A Reggio, fino a fine Novembre, c'è invece REC, festival di teatro e musica d'avanguardia (il programma è qui:  http://www.recfestival.it/default.asp).

Tra i tanti eventi vi consiglio il concerto degli Einsturzende Neubauten il 29 Ottobre (sono tra i gruppi più rappresentativi della scena industriale), il teatro-danza di Jan Fabre (3 e 4 Novembre) e i concerti del grandissimo Karl Heinz Stockhausen. Anche in questo caso però, praticamente ogni evento sarebbe degno di menzion




permalink | inviato da il 10/10/2004 alle 14:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa



9 ottobre 2004

Diari Mongoli: 30 Giugno - La fattoria degli animali

(Kharkhorin - Orkhon Khurkhree: 136 km.)

Appena alzati, iniziamo la giornata con la ormai rituale visita al mercato per acquistare la preziosissima acqua (nelle ger l'unica cosa che viene offerta da bere a pasto è acqua calda o tè salato)

Poi, visita all'Erdene Zuu Khiid, a Kharkhorin, considerato il primo e il più importante monastero buddhista della Mongolia, costruito nel XVI secolo a partire dalle rovine dell’antica capitale mongola, spostata qui a partire dal 1220 da Chinggis Khan (meglio conosciuto da noi come Gengis Khan) e distrutta nel 1338 dai soldati dell’esercito della Manciuria.

Le mura esterne sono molto belle, costellate con ben 108 stupa (strutture dalla forma particolare costruite in origine per contenere le ceneri di Sakyamuni [Siddharta], il buddha storico, e poi divenuti generici luoghi di sepultura per lama e santi), mentre i monasteri all'interno sono interessanti, ma non fondamentali: nella maggior parte dei paesi orientali si trova molto di meglio (le cose più belle, in Mongolia, sono state distrutte o abbandonate durante il regime comunista), e anche i monasteri di Ulaan Baatar sono probabilmente migliori di questo. Sicuramente però, nel periodo di massimo splendore, con i suoi 100 templi (ne sono rimasti 3) e i suoi 1.000 monaci questo doveva essere veramente un posto stupendo.



Intorno al complesso, forse il posto con più turisti di tutta la Mongolia, ci sono parecchie bancarelle che vendono monete antiche e altri oggetti. Ne approfitto per comprare qualche souvenir: un paio di monete antiche e un libro buddhista scritto in mongolo antico contenuto in una bellissima scatola di legno. Non penso che il libro sia del sedicesimo secolo come mi hanno detto, ma perlomeno dovrebbe essere non più recente dei primi del novecento, ed è molto bello.

Allontanandosi un po’ a piedi è anche possibile vedere due sculture di tartaruga, dei tempi di Chinggis Khan, che segnavano i confini esterni della capitale.

A pochi chilometri ci dovrebbe essere anche il monastero di Shankh Khiid, che nella guida Lonely Planet dicono abitato da 30 monaci, ma arrivando lo troviamo stranamente chiuso e abbandonato. Facciamo un giro a vedere le strutture esterne e ce ne andiamo, alla volta delle Orkhon Khurkhree, le cascate del fiume Orkhon.

Momenti di tensione quando, a ora di pranzo, ci accorgiamo che il formaggio appena comprato al container market di Kharkhorin è stato irrimediabilmente schiacciato dalle bottiglie d’acqua. Susanne sbatte tutto per aria, è una brava ragazza ma (dice Mario), fatele fare meno di 3 pasti al giorno e diventa una furia. David, su cui probabilmente ricade parte della colpa di sbattere le cose nella jeep a caso, si allontana per quieto vivere. Qualche biscotto, del pane e il poco formaggio rimasto intero riescono fortunatamente a placare la fame e l’ira della nostra compagna di viaggio.



Verso le 17.00 notiamo un Ganbol disperato come non mai che non sa come dirci (anche perché parla mongolo...) che non riusciamo a trovare da dormire. Non capiamo cosa succede, vaghiamo di posto in posto con Ganbol che ci dice “no ok”. Il viaggio verso le cascate non dovrebbe essere così lungo, non capiamo se ci stiamo mettendo così tanto per colpa della strada assolutamente impraticabile o perché stiamo facendo deviazioni per cercare, appunto, un posto dove dormire.



Un’ora dopo fortunatamente tutto si risolve: carichiamo in macchina con noi una persona incontrata per strada (così adesso giriamo in jeep in 6...) che, capiamo, ci ha trovato un posto dove dormire. Vediamo in lontananza delle casette piccole, recintate, dall’aspetto potrebbero essere una ex colonia estiva per bambini di epoca comunista ora abbandonata. Ci incamminiamo, e io mi porto dietro il mio inseparabile sacchetto con le cose fondamentali (torcia elettrica, diario di viaggio, crema solare, spray antizanzare, cappello, k-way e poco altro): non l’avessi mai fatto.
Avevamo capito male e ci stiamo in realtà incamminando per vedere le cascate

Orkhon Khurkhree - 1822 m.

Per scendere nel fondo della gola dove si trovano le cascate bisogna letteralmente arrampicarsi giù per la roccia, e con il mio sacchettino in mano l’impresa è molto ardua (ma, per fortuna, fattibile): però ne vale la pena.

Il posto dove dormiremo è qui vicino, a 10 minuti in jeep, ed è il migliore dove siamo stati finora. Alloggiamo presso una famiglia mongola nomade, che vive isolata da tutto, sulle rive di un fiume. Nella ger in cui dormiremo fino a ieri ha presumibilmente alloggiato un giapponese che poi è stato ucciso e mangiato dai nostri stessi ospiti, visto che su un ripiano ci sono un paio di occhiali da sole,  una valigetta e un frasario giapponese-mongolo che i nostri ospiti si affrettano a far scomparire borbottando qualcosa che non capiamo.



Dovunque ci si giri si vede del bestiame. Uno yak appena nato, legato, si diverte a leccarci la mano. Un gruppo di pecore avanzano belando contro di noi, e noi gli rispondiamo. Gli animali aumentano, perché verso sera si dirigono verso casa: uno yak si irrita quando ci avviciniamo troppo ai suoi cuccioli, e allora assistiamo ad una sfida in cui lo yak avanza arrabbiato e il pastore, col petto in fuori, non si fa intimidire e lo ricaccia indietro.



Faccio anche una piccola cavalcata su uno yak, ma al passo con un ragazzo che tiene le redini perché, mi dicono, altrimenti è quasi come fare un rodeo. Infatti, anche per prenderli la scena è da far west, con i pastori che a cavallo catturano gli yak con le corde...

Entriamo tutti nella ger della famiglia (abbiamo deciso che se mancanza di privacy deve essere, allora tanto vale che ci adeguiamo agli usi e ne approfittiamo) dove impariamo qualche parola di mongolo e abbiamo finalmente l’opportunità di usare la mitica frase della Lonely Planet (spero che i tuoi animali stiano ingrassando bene). Mangiamo anche del formaggio e beviamo della vodka fatti in casa, anche se Susanne mi fa terrorismo psicologico dicendomi che non avrei dovuto bere perché potrei diventare cieco per colpa del metanolo!!!

Il tramonto è stupendo, e all’improvviso spunta anche un bellissimo arcobaleno: sarebbero bello poter rimanere un altro giorno...





permalink | inviato da il 9/10/2004 alle 15:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa



28 settembre 2004

Il ritorno

Vi ho un po' trascurato, lo so.

E non perchè non avessi niente da dire, anzi.

I diari mongoli passavano in secondo piano rispetto alle notizie dall'Iraq, ma avevo deciso di non postare finchè Simona Pari e Simona Torretta ("le due Simone", che termine orribile, se mai lo userò sopprimetemi) non fossero state liberate.

Uno sciopero bianco, ovviamente inutile, ma ritengo importante in alcuni momenti fare sentire la propria voce, anche con l'assenza.

La situazione in Iraq peggiora giorno dopo giorno, ed è desolante vedere come tutti preferiscano declamare frasi a effetto piuttosto che analizzare la situazione.

Qualche settimana fa Casini diceva: "Sono i nuovi nazisti".
L'avesse detto la Fallaci, intontita dai farmaci e non più lucida, ci potrebbe anche stare. Ma questa boutade è inspiegabile da parte del Presidente della Camera.
"Sono come i nazisti". Cosa vuol dire? Perchè sono come i nazisti?
I nazisti sono noti per l'odio razziale, per i campi di concentramento, per lo sterminio di massa. In cosa un rapimento o un omicidio di italiani innocenti in Iraq assomiglia a tutto questo? Nel poco peso dato alla vita umana? Ma allora ogni omicida potrebbe essere bollato come nazista. L'associazione di idee è inesistente più che semplicemente errata.

Altri esponenti della destra e della sinistra si sono interrogati sul termine "resistenza iraqena", considerato inaccettabile di fronte agli ultimi eventi. Quasi che gli iraqeni siano un entità unica e inamovibile, e non un popolo composto da tante anime, come tutti i popoli.

Ci sono gli integralisti islamici, fino a pochi mesi fa tenuti a freno da Saddam Hussein, che non vedono l'ora di trasformare il paese in un nuovo Afghanistan pre-USA, in cui il terrore domini la popolazione (come già era prima: la trasformazione sarà semplicemente da terrore laico a terrore religioso, con i ringraziamenti di Al Qaeda).

Ci sono i gruppi islamici più estremi, che puntano sull'odio razziale per mobilitare una crociata antiaraba, e di rimando una controcrociata che aggreghi i paesi arabi contro l'occidente. E a questo scopo rapiscono e uccidono innocenti per fomentare la rabbia (e l'orgoglio) occidentali.

Ci sono i "resistenti", che dopo aver subito per anni la dittatura Saddamita si ritrovano in una situazione non migliore di guerriglia permanente e combattono contro quello che vedono al momento come il male peggiore (gli USA, secondo loro). E che si ritroveranno, in un futuro non troppo lontano, schiavi di un'altra dittatura, con la differenza che nel frattempo milioni di loro saranno morti.

Ci sono i filo-americani, che credono che l'occupazione USA produrrà finalmente un regime democratico.

Ecco perchè un singolo evento non può ribaltare le carte in tavola: l'uccisione di Baldoni non deve farci credere che tutti gli arabi siano malvagi, così come la liberazione delle due ragazze italiane non può farci credere che tutti gli arabi siano "resistenti". Ci sono gli uni e gli altri, persone con scopi e metodi molto diversi tra loro. E finchè non lo capiranno, i politici continueranno a dar inutilmente aria alla bocca...

Come, nel frattempo, ha fatto anche Mentana quando, in un editoriale di qualche settimana fa, periodo Ossezia, faceva notare come quasi tutti i terroristi oggi siano islamici.

Contesto e provo un trait d'union inedito, quasi ardito. Quasi tutti i terroristi, oggi, sono poveri, economicamente e culturalmente. Ma forse dirlo non sta bene. Chissà mai che qualcuno si chieda, mentre mangia il suo filetto alto tre dita con una montagna di patatine fritte, come mai se non hanno pane non mangiano le brioches...




permalink | inviato da il 28/9/2004 alle 19:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa



27 agosto 2004

Morte di un viaggiatore

"È tornato. È tornato il momento di partire. Da un po' di tempo la
solita vocina insistente tra la panza e la coratella mi ripeteva:
'Baghdad! Baghdad! Baghdad!'. Ho dovuto cedere"

"Mettiamola così: nelle prossime 24 ore ho la possibilità abbastanza
concreta di crepare. Ovviamente non succederà - ma, se dovesse
succedere, sappiate che sono morto felice facendo quello che più mi
piace al mondo: viaggiare in paesi che non hanno mai visto un turista
prima di me"

La stessa voce la sento anch'io, se trovassi il modo partirei, perchè so che serve.

Comunque, grazie di tutto.




permalink | inviato da il 27/8/2004 alle 14:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa



27 agosto 2004

Diari mongoli: 29 Giugno - Verso l'infinito e oltre

(Terkhiin Tsagaan Nuur - Tsetserleg - Kharkhorin : 331 km.)

Sveglia alle 9.00, altra colazione con i pancakes mongoli e partenza. Giorno di viaggio, oggi: dobbiamo arrivare a Kharkhorin e tra una cosa e l'altra, considerata la pausa per il pranzo, la previsione è di metterci circa 9 ore.

Durante il viaggio incrociamo un gruppo di cammelli che camminano placidamente lungo la strada, alle porte di un paesino. Alcune persone li stanno provando a scacciare tirandogli dei sassi, non capiamo il perché...



Ogni tanto si vedono delle baracche in mezzo al nulla: sono dei piccoli negozi in cui si possono comprare acqua, bevande e poco altro (ma ci è capitato di trovarci anche dei Mars).




Qualche ger isolata è alimentata da pannelli solari o piccoli generatori eolici, e alcune sono dotate di enormi antenne paraboliche per captare i segnali televisivi.



Si vedono anche gruppi di bambini con in mano delle bottiglie piene di liquido bianco. Stanno provando a vendere alle macchine che passano l'airag, il latte di cavalla fermentato, uno strano intruglio vagamente alcolico (circa 3°) che nella sua forma migliore è assaggiabile, e in quella peggiore, senza esagerare, ha il sapore del vomito.



Reincontriamo anche il gruppo di svizzeri-olandesi-tedeschi che abbiamo conosciuto al lago, che ci fanno una foto. Mi faccio dare da Judith (la ragazza olandese) il suo indirizzo e-mail, così da potermi far spedire la fotografia per posta elettronica.

Verso le 14.00 arriviamo a Tsetserleg, ma stavolta decidiamo di non pranzare al Fairview e di ripiegare su un ristorante tradizionale dove possiamo mangiare gli tsuivan (tagliolini) al montone. Facciamo anche un giro al mercato, per rifornirci come al solito di acqua e carta igienica. Cerco una cassetta di musica mongola, con una canzone che mi piace e che solitamente ascoltiamo nella jeep, e David, ormai soprannominato uragano, ne approfitta per appoggiarsi sulla vetrinetta del negozio e sfondarla. Per fortuna se la cava rimborsando 2.000 tugrit (€1,50) ai proprietari e senza farsi male.

Scopriamo anche che all'Ufficio Postale c'è un collegamento internet, lento ma funzionante, che ci permette di leggere la posta elettronica.

In serata arriviamo a

Kharkhorin - 1476 m.



Lusso.
Una ger con corrente elettrica (è la prima volta), cena con quintali di khurshuur (bistecche di montone in crosta) e tutte le coperte che vogliamo.

Stasera si dibatte su cosa è turistico e cosa meno. Non voglio stare a tediarvi riportandovi un'ora di discussione: fatto sta che è difficile, viaggiando, non dormire e non mangiare in posti per turisti. In fondo, senza turisti, la gente non penserebbe nemmeno di cominciare a offrire ospitalità in cambio di un piccolo rimborso economico. Quindi è ovvio che in qualsiasi posto si vada, in modi diversi, si condiziona il posto col nostro esserci: c'è anche una legge della fisica, che dice che è impossibile osservare un fenomeno senza influenzarlo.

Anche la musica mongola è un esempio di questa ambivalenza: è più tipica la musica tradizionale mongola, che ormai ascoltano solo i turisti, o sono più tipici gli Abba, che tutti in Mongolia ascoltano?

Comunque, indipendentemente da questo, anche stasera c'è gente che entra ed esce dalla nostra ger fino a tardi, come da usanza: ormai ci stiamo abituando, in mongolia la privacy è assolutamente impossibile...




permalink | inviato da il 27/8/2004 alle 14:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa



21 agosto 2004

Diari mongoli: 28 Giugno - L'agognato riposo

Oggi niente viaggi in jeep, e questa è la cosa positiva, ma anche ieri non sono riuscito a dormire decentemente. Ci siamo addormentati dopo le 3.00, dormendo nei sacchi a pelo sopra i letti: purtroppo fuori c'è freddo, il tetto della ger è aperto e la stufa si spegne a meno che nessuno rimanga alzato a rifornirla di legna. Ovviamente, nessuna coperta.

Per cui, io e David che abbiamo i sacchi a pelo estivi fornitici da Nassan's Guesthouse, battiamo i denti tutta notte...

Comunque ci svegliamo verso le 11.00, giusto in tempo per salutare gli israeliani e Zoljargal che stanno partendo per il Khovsgol Nuur, e ci spariamo un quintale di pancake mongoli per colazione (una sorta di frittelle dolci composte da grasso allo stato puro).

Qualche ora di relax e arriviamo direttamente al pranzo: zuppa di noodles e manzo. Noi, come da nostro solito, reclamiamo il montone, che pare che nei periodi turistici non sia più così diffuso per colpa dell'apparente avversione degli stranieri verso questa carne.

Dopopranzo, io e David decidiamo di fare una passeggiata a cavallo, mentre Traumtrips (cioè Mario e Susanne, dal nome del loro sito www.traumtrips.de) vanno a spasso per le montagne.



Tre orette di cavalcata (visitiamo anche qualche grotta), poi qualche passeggiata nei dintorni.

Mario e Susanne scattano foto alla mia 'suitcase', dicendomi che sono il primo 'budget tourist' che incontrano che viaggi con una valigia invece che con uno zaino. Rimangono sconvolti anche dal mio proposito di portarmi dietro un paio di calze e uno di mutande per ogni giorno di vacanza (proposito poi abortito per colpa del limite di soli 20 kg. di peso del bagaglio sui voli Aeroflot).

In realtà l'arcano è presto svelato: non sono un 'budget tourist', in realtà come ho già detto forse non sono nemmeno un 'tourist', visto che viaggio per intima necessità più che per piacere. E proprio a causa di questo strano impulso che mi costringe a partire e ad allontanarmi da tutto, non seguo gli stereotipi del turista. I miei viaggi si decidono da soli, fluiscono come la corrente di un fiume: posso dormire in un grand hotel o per terra in una ger, a seconda del posto e dell'opportunità. Mi piace sperimentare, e sperimentare significa aborrire tutti i preconcetti. Viaggi, e prendo quello che viene. Semplicemente viaggio.

Ecco, sono un viaggiatore e non un turista. E come tutti i viaggiatori, ho una valigia...

Ma a parte queste considerazioni filosofiche, la giornata oggi scorre placida e tranquilla. Ci riposiamo, giochiamo a carte, ceniamo in tutta tranquillità.



Stanotte chiediamo delle coperte aggiuntive, per prevenire il freddo di ieri. Giusto prima di andare a letto ci portano una coperta e 3 cappotti. Probabilmente hanno finito le coperte, e ci portano tutto quello che hanno. Per fortuna stanotte piove, e quindi il tetto della ger viene coperto. Il caldo rimane all'interno e questa, finalmente, è la prima notte in cui riesco a dormire senza problemi




permalink | inviato da il 21/8/2004 alle 14:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa



14 agosto 2004

Diari mongoli: 27 Giugno - Sunday Night Fever

(Ikh Tamir - Terkhiin Tsagaan Nuur : 149 km.)

Il tempo è, come sempre, variabile, e la strada è pessima. Ma qui nella parte centrale tutto è verde, e ci sono molte cose da vedere che spezzano la monotonia. Glianimali che incontriamo (vivi o morti) sono tanti, come nei giorni scorsi, soprattutto avvoltoi ma anche aquile e marmotte. Ci sono diversi corsi d'acqua sparsi un po' dappertutto. Ganbol ci porta a vedere un grande albero addobbato come un ovoo sul quale scorrazzano decine di scoiattoli.



In giro c'è più gente del solito, in macchina, moto o a cavallo, perchè oggi ci sono le elezioni e ci si sposta anche di parecchi chilometri per andare a votare nelle ger appositamente predisposte.



Dopo la nottata di ieri siamo distrutti, ma comunque il viaggio oggi è abbastanza breve.

Per entrare al Parco Nazionale Khorgo-Terkhiin Tsagaan Nuur dovremmo pagare un biglietto, ma la sbarra è alzata e non c'è nessuno intorno, quindi oltrepassiamo il grande ma traballante ponte di legno che segna l'ingresso del parco e ci dirigiamo con la Jeep alle pendici del

Khorgo Uul - 2965 m.

Dopo una passeggiata di una decina di minuti arriviamo in cima e decido di fare il giro del cratere (uul, in mongolo, significa vulcano): la vista è stupenda, dall'alto si possono vedere il Terkhiin Tsagaan Nuur (il grande lago bianco) e le montagne. Chiamo gli altri: Susanne e Mario mi raggiungono, mentre David proprio non ce la fa e decide di scendere...

Scendiamo dal vulcano e ci dirigiamo alla nostra meta

Terkhiin Tsagaan Nuur - 2055 m.

Troviamo alloggio in un piccolo campo di ger, stasera potremo finalmente dormire in un letto. Gli altri si riposano, mentre io come al solito decido di inerpicarmi su per le montagne per godermi la vista panoramica: purtroppo il rullino della macchina fotografica è inserito male, e quindi queste foto sono perse per sempre...

Come vicini abbiamo una ger con 2 ragazze svizzere, una coppia di tedeschi e una coppia di olandesi, una ger con due israeliani di mezza età e una diciannovenne mongola  (Zoljargal), e due ragazze americane buddiste (piuttosto svitate a dire il vero) che hanno piantato la loro tenda vicino all'accampamento.



Finalmente riusciamo ad aprire il cocomero, e ne facciamo una scorpacciata: visto che in 3 non riusciamo a finirlo (David pare non interessato all'articolo) chiamo anche i ragazzi della ger svizzero-tedesco-olandese a mangiare con noi, ottenendone in cambio la loro imperitura gratitudine. Parlando con loro scopro che sono di ritorno da un viaggio come il nostro (anche se con percorso inverso) e sono ormai allo stremo delle forze: hanno trovato un caldo infernale e non ne possono più di mangiare montone. Bullandoci, facciamo presente che noi abbiamo avuto un clima ideale (pioggia di notte e aria fresca di giorno) e che adoriamo il montone...



La sera decidiamo di andare tutti insieme a bere qualcosa in un bar che si trova nei dintorni: niente elettricità, ma bibite fresche (e trovo anche del vino). Dopo un po' ci raggiungono anche gli autisti, Zoljargal e un'altra ragazza mongola (una guida turistica) che ci dicono che conoscono un bar migliore ("better light and better music"). Dopo una corsa di 15 minuti nella notte a fari spenti (pensavate forse che alla nostra UAZ funzionassero i fanali?) scopriamo che l'altro posto per stasera è chiuso, aprirà domani. Torniamo allora indietro e cominciamo a chiacchierare tutti insieme finchè la guida mongola non mi dice "Dovresti parlare con Zoljargal, e più lentamente, perchè lei non sa l'inglese molto bene". E poi "Anzi, ancora meglio, perchè non andate a fare due passi insieme?". Capisco l'antifona, e di ritorno al campo di ger, decidiamo di fare una passeggiata vicino al lago e chiacchierare un po': Zorjalgal abita a Ulaan Baator e studia lingue straniere (inglese, e l'anno prossimo coreano). E' una ragazza strana, simpatica e carina.



Stiamo fuori una mezz'oretta, poi torniamo all'ovile. Mi lascia comunque il numero di telefono (99154223) e mi riprometto di farmi sentire quando tornerò a UB.




permalink | inviato da il 14/8/2004 alle 14:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa



13 agosto 2004

Diari mongoli: 26 Giugno - Piantando le tende

(Truck Stop - Ogii Nuur - Ikh Tamir : 275 km.)

La mattina, sveglia alle 9.30. La maggior parte delle persone incontrate la sera prima non c'era più, magari partita per i pascoli.

Prima tappa della giornata all'Ogii Nuur, dove avremmo dovuto dormire ieri sera. Il lago non sembra particolarmente interessante, e il tempo nuvoloso lo fa apparire ancora più deprimente. Poi partenza per Tsetserleg: ore di macchina su strade quasi impraticabili in mezzo a paesaggi mozzafiato. Dappertutto si vedono cavalli, buoi, yak, pecore, liberi senza apparentemente nessuno ad accudirli.



TSETSERLEG - 1691 m. - 18.000 abitanti

A Tsetserleg, nonostante sia capoluogo di regione, non c'è molto: un "container market" in cui si può comprare di tutto, dai pezzi di ricambio delle jeep sparsi a caso su tavoli di legno ai tranci di carne, un paio di hotel di tipica fattura sovietica, l'immancabile "Post Office", unica speranza di chi vuole telefonare (ma comunque non all'estero) e poco altro.
Tsetserleg però è anche, stranamente, l'unica città mongola con un ristorante occidentale al di fuori di Ulaan Baatar: il Fairview è un accogliente trattoria arredata con tavoli in legno e gestita da due inglesi, in cui si possono mangiare pizza, lasagne, stufato alla birra e splendide ciambelle alla cannella. Non siamo troppo convinti, siamo ancora nella fase "vogliamo mangiare il montone", ma alla fine decidiamo per questo pranzo decisamente atipico e diverso dagli standard dell'entroterra mongolo.

Dopo una visita al mercato per rifornirci nuovamente di acqua (pare che Susi beva 5-6 litri di acqua al giorno), ci dirigiamo a Ikh Tamir: quella che dalla descrizione della Lonely Planet credevo fosse una specie di Ayers Rock è in realtà una pietra alta una ventina di metri. Circondata però fortunatamente, come sempre, dalla splendida natura mongola.



Come avevamo già previsto decidiamo per stasera di campeggiare, solo per scoprire che:
a) una delle tende non ha il telo esterno e quindi non è assolutamente a prova d'acqua.
b) l'altra tenda è troppo piccola per 2 persone e non si chiude del tutto (quindi entrano i moscerini). Tra l'altro qualche dubbio sull'impermibilità anche di questa sussiste.

Fortunatamente ha smesso di piovere, e quindi decidiamo di provare, mettendo per sicurezza il telo che usiamo per coprire i bagagli nella Jeep sulla tenda non impermeabile.. Per cena mangiamo della pasta condita con sughi pronti, preparata da Mario e Susanne con lo spartano fornellino a petrolio che ci hanno fornito (e penso sarà l'ultima volta che cucineremo: con i pasti a 1 euro non so quanto senso abbia farsi da mangiare da soli).

L'idea del campeggio comunque è ottima: accendiamo un fuoco e riesco persino a insegnare a giocare a briscola non solo a David ma anche a Ganbol, che parla solo mongolo (sembra comunque che in Mongolia esista un gioco di carte simile). Ogni tanto passano delle persone a cavallo, che si fermano a salutarci: in sottofondo abbiamo una canzone di Rammstein, chissà come presente in una delle strane cassette che si trovano sulla jeep.



Andiamo a letto, e ovviamente succede tutto quello che poteva succedere.

Riesco ad aggiustare l'apertura della tenda, quindi mi addormento tranquillo. Senonchè sottovaluto il potere di creare catastrofi di David: si alza 3 o 4 volte per notte per andare al bagno e quindi rompe definitivamente e già da subito l'apertura della tenda, come se non bastasse si mette a diluviare e a forza di entrare e uscire David fa entrare la pioggia all'interno (le tende economiche sono impermeabili fino a che non si scuotono o non si toccano troppo i teli, altrimenti l'acqua entra). E ovviamente, alla mattina, mi ritrovo anche le mie ciabatte e le altre cose fuori dalla tenda sotto all'acqua, spostate involontariamente in uno degli ippopoteggiamenti di David.

Susi e Mario, nella tenda apparentemente non impermeabile, si svegliano invece felici e asciutti: il telo aggiuntivo ha funzionato e un albero li ha protetti dalla pioggia.

Sopravviviamo tutti miracolosamente senza malanni, ma decidiamo che per questa vacanza con le tende abbiamo chiuso.




permalink | inviato da il 13/8/2004 alle 14:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa



7 agosto 2004

Diari Mongoli: 25 Giugno - Heigh Ho

(Ulaan Baatar - Parco Nazionale del Khustai - Truck Stop : 250 km.)
(le distanze in chilometri, visto che come ho detto in Mongolia è impossibile calcolare le distanze, non sono precise)

Partenza alle 8.30 per "the big wilderness", termine da me coniato e ripreso per celia da tutti gli altri partecipanti al viaggio. L'idea sarebbe quella di fare colazione da Chez Bernard, ma ovviamente è chiuso ("We open at 7.30 am", mi aveva giusto detto la cameriera il giorno prima...). Siamo tutti pimpanti, Inca ci fornisce come da accordi le attrezzature per il campeggio: manca solo un materassino da mettere sotto un sacco a pelo, ma pare che a Ulaan Baatar nessuno li venda, così viaggiamo nella consapevolezza che uno di noi (possibilmente David) dovrà dormire senza. Prima di abbandonare Ulaan Baatar facciamo un tour di supermercati per comprare pasta, acqua, carta igienica e salame, il corredo del perfetto viaggiatore (per non menzionare la mia geniale idea di procurarmi un cocomero).

Alle porte di Ulaan Baatar tappa per fare benzina e nostra prima esperienza con le tipiche toilette mongole: una capanna di legno, inspiegabilmente più bassa del normale in modo da rendere impossibile lo stare dritti al suo interno, con un pavimento di assi di legno con uno o più buchi che finiscono direttamente in un pozzo nero. La porta è un optional, ma tanto in Mongolia in qualsiasi direzione si guardi non si vede altro che erba, per cui il problema è relativo.



La jeep è una UAZ russa, Ganbol è il nome del nostro autista corredato di inseparabile camicia rossa a fiori: di contorno, cassette di musica anni '80, popolarissima in Mongolia. Modern Talking, Sabrina Salerno, Eurythmics e come chicca finale un mix Pupo/Ricchi e Poveri/Albano e Romina/Toto Cutugno.

L'auto si surriscalda, e di tanto in tanto siamo costretti a fermarci per raffreddare il motore. Viaggiare in mezzo al nulla, con Ganbol che guida velocissimo per abbassare la temperatura della Jeep (pare che la ventola delle UAZ sia collegata direttamente al motore, così più giri si fanno più la ventola va veloce), il rischio che la macchina non regga (la spia della temperatura dell'acqua sempre accesa non è incoraggiante) e Toto Cutugno in sottofondo che canta "L'italiano" ha un non so che di montypythoniano...



La Babele di lingue è incredibile. Susi e Mario a volte parlano tra di loro in tedesco, tra di noi usiamo l'inglese, Susi prova a comunicare con Ganbol in russo e stiamo cercando di imparare le 3/4 frasi fondamentali in mongolo che ci consentiranno di sopravvivere (tra cui, importantissime "mal süreg targan tavtai yü" [spero che i tuoi animali stiano ingrassando bene] e "nokhoi khorio" [tenete il cane]).
Prima tappa al Parco Nazionale del Khustai, famoso per i Takhi, gli ultimi cavalli selvaggi rimasti al mondo. Vederli non è così scontato, ma dopo qualche giro riusciamo a trovarne un gruppo: come tutti gli animali selvatici in Mongolia, non scappano alla vista dell'uomo ma si limitano ad allontanarsi tranquillamente quando ci si avvicina troppo.



Ai bordi delle strade, non solo dentro al Parco Nazionale, aquile, avvoltoi e damigelle di Numidia (un tipo particolare di gru): purtroppo non possiamo fare foto perché fermarsi e ripartire con la macchina che si surriscalda di continuo non è il massimo.

Dovremmo fermarci a dormire qui al Parco Nazionale, ma sono appena le 17.00 e allora decidiamo di proseguire per Ogii Nuur (nuur, in mongolo, significa lago): risparmieremo un giorno che potrà tornarci utile nel caso in cui la jeep, come temiamo, ceda prima della fine del viaggio.

Viaggiare in Jeep, forse perché siamo al primo giorno, è divertente. La UAZ non è esattamente una Jeep confortevole, ma per il momento gli scossoni non ci danno problemi. Guardando fuori dal finestrino ogni cosa è una sorpresa: ci sono momenti in cui tutto intorno non c'è altro che erba, passiamo per delle cittadine composte da non più di dieci edifici, anche solo camminare nei prati e guardare le migliaia di insetti saltellare qua e la è un'esperienza nuova per noi.

Stiamo visitando delle rovine viste per caso lungo la strada, quando all'improvviso scorgiamo da lontano una nuvola che inghiotte tutto quello che incontra e si avvicina. Una ger all'improvviso scompare dalla vista, è una tempesta di sabbia che ci raggiunge: i cespugli rotolano, non si vede niente. Poi, all'improvviso come è arrivata, scompare.

Già pregustiamo l'accampamento in riva al lago e il cocomero fresco, quando arriviamo a un piccolo villaggio di 8 ger. Sono ormai le 21.00, anche se dalla luce sembra giorno, e Ganbol ci chiede se vogliamo fermarci a cena. Entriamo in una bellissima ger decorata mentre due ragazze iniziano a cucinare del montone. La zuppa è ottima, ed è accompagnata da del "bevibile" süütei tsai (tè salato con il latte.)

All'improvviso una Jeep sbaglia manovra ed entra nella ger, rovesciando un mobiletto con le foto: per fortuna nessuno si trovava lì sotto...

Quando usciamo l'intera popolazione del villaggio rimane affascinata dalle nostre macchine fotografiche digitali, che permettono di mostrare come sono venute le foto attraverso lo schermo della macchina. Ecco allora che tutti ci chiedono di scattargli una fotografia, e alla fine, quando chiediamo un indirizzo per inviargliele otteniamo sia un indirizzo scritto in mongolo su un pezzo di carta sia un'e-mail che, ci dicono, controllano quando vanno in città un paio di volte all'anno..



È strano osservare gli oggetti che possiede la gente: una ragazza ci fa vedere un frasario tedesco-inglese, ma lei non sa né l'una né l'altra lingua...

Ci viene proposto di fermarci a dormire e accettiamo entusiasti, ma cominciamo a capire che c'è qualcosa che non va quando nella ger entrano altre persone. Dovremo dormire per terra, insieme ad alcuni membri della famiglia (altri dormiranno nei letti), ma il problema è che continua ad arrivare gente per mangiare e all'una ancora non capiamo quando e come andare a letto.

Alla fine decidiamo di dormire comunque, e ci sdraiamo nei nostri sacchi a pelo mentre la gente attorno a noi mangia e gioca a carte: a quanto pare siamo finiti a dormire in un ritrovo per camionisti e viaggiatori mongoli. I cani fuori abbiano.

Il posto ci piace ma domani abbiamo deciso che dormiremo nelle nostre tende perché abbiamo bisogno di riposarci.




permalink | inviato da il 7/8/2004 alle 14:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa



7 agosto 2004

Diari Mongoli: 24 Giugno - Prodromi

Mi trovo con Mario e Susanne a mezzogiorno allo State Department Store.e decidiamo di prenotare il viaggio per partire domani e di portare con noi David. Ci sarebbe anche una ragazza spagnola, Micaela, che so che vorrebbe unirsi a noi, ma David mi sembra una persona in gamba e allora opto per lui. Alla fine la spesa sarà di 205 dollari a testa, esclusi vitto e alloggio (che si aggirano sui 5-6 dollari a testa al giorno).

L'autista parla solo mongolo e russo, ma la cosa non ci preoccupa troppo: ci hanno raccontato che l'anno scorso un fuoristrada con a bordo 4 turisti si è rotto, e hanno dovuto camminare per 150 km prima di incontrare qualcuno. Anche Inca, il responsabile dei viaggi alla Nassan's Guesthouse, alla mia domanda "e se la jeep si romperà in mezzo al nulla" ha risposto con greve ironia "you could die"... Speriamo che la nostra jeep russa regga: per ogni evenienza compreremo qualche provvista in più.

Ho conosciuto Geraldine, una ragazza francese che ha lasciato casa per seguire le vie del buddismo. Manca da casa da un anno ormai, e tornerà l'anno prossimo per qualche giorno perché ha promesso alla sorella di essere al suo matrimonio.

Vado a visitare il museo di Belle Arti Zanabazar, dedicato principalmente all'omonimo artista del XVII secolo, che ha inventato il simbolo della Mongolia, il Soyombo.

In piazza Sukhbaatar il pomeriggio ci sono delle parate e la sera un concerto rap offerto da un partito mongolo come propaganda elettorale (si voterà domenica).

Cena con spiedini e a letto presto, che devo preparare le valigie e domani finalmente si parte.






permalink | inviato da il 7/8/2004 alle 14:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa



3 agosto 2004

Diari mongoli: 23 Giugno - Compagni di viaggio

Sono a UB da tre giorni, e non ho fatto altro che vagare per le strade. Oggi voglio vedere qualcosa, voglio andare allo Zaisan Memorial, un monumento eretto in epoca sovietica che si erge su una collina a sud di Ulaan Baatar, e dal quale è possibile ammirare tutta la città dall'alto. Il sole picchia fortissimo, guarda caso è l'unico giorno in cui non ho portato dietro il cappello o la crema solare, e con questo caldo l'ascesa della lunga scalinata è piuttosto faticosa: ma la fatica è ampiamente ricompensata dal panorama e dagli splendidi mosaici con i quali è decorato il monumento.





Al ritorno, sempre in taxi visto che lo Zaisan è a qualche chilometro dalla città, mi fermo a visitare il Palazzo d'Inverno di Bogd Khan, l'edificio nel quale ha vissuto fino al 1924 l'ultimo re della Mongolia, contornato da sei templi buddisti.



Una delle particolarità della Mongolia è che spesso è difficile trovare qualcuno con del resto nel caso non si abbiano i soldi giusti per pagare. Arrivo quindi col taxi al Palazzo d'Inverno, mi appresto a pagare i 500 tugrit (30 centesimi di euro) con una banconota da 5.000 (3 euro), e il tassista non ha resto. Spiccioli non ne ho, anche perché in Mongolia non esistono monete ma solo banconote (in banca mi hanno dato addirittura una banconota da 1 tugrit, che equivale circa a un quindicesimo di centesimo), e quindi a meno di non usare portafogli titanici è impossibile girare con banconote di piccolo taglio.

Panico. Lasciargli il resto non mi pare il caso anche perché 3 euro non sono tantissimi ma sono 10 volte quello che gli dovrei. Decido di dirgli di aspettarmi che vado a cambiare i soldi all'interno del Palazzo e poi torno: peccato che si sia sbagliato e mi abbia accompagnato sul retro del palazzo e non all'ingresso principale, quindi devo superare un percorso ad ostacoli di buche per terra e tubi disseppelliti per riuscire ad arrivare alla biglietteria, dove fortunatamente mi danno il resto che mi permette di ripetere al contrario il percorso ad ostacoli e di pagare il tassista: da domani, mi riempirò il portafogli di banconote di piccolo taglio, a costo di non riuscire a chiuderlo...

Tornando verso il centro ne approfitto anche per visitare il Parco Nairamdal, anche noto come Parco Ricreativo Nazionale, con alcune giostre per bambini risalenti al periodo sovietico, e il Monastero-Museo di Choijin Lama di cui, fortunatamente per voi, ho poche fotografie perché il rullino della macchina fotografica non si era agganciato bene.

Ormai è pomeriggio tardi, e ancora non ho trovato nessuno con cui partire in viaggio. Vado alla Nassan's Guest House a dire che probabilmente partirò con la coppia di francesi e incontro Hams, una insopportabile ragazza egiziano-americana che sta facendo un viaggio di un anno in giro per il mondo: vuole recarsi nella parte occidentale della Mongolia, dove sa che si trovano delle minoranze musulmane, ma ovviamente pur essendo antiamericana usa il passaporto americano e non quello egiziano perché così è più facile viaggiare. Fortuna vuole però che in treno da Pechino a Ulaan Baatar abbia conosciuto una coppia di tedeschi che potrebbero essere interessati allo stesso giro che voglio fare anch'io. Ci troviamo verso le sette di sera in Piazza Sukhbaatar, e conosco Mario e Susanne, che mi sono subito simpatici. Hanno messo da parte 30.000 euro, con i quali sono in giro per il mondo da 15 mesi: dopo la Mongolia andranno in Russia, nelle repubbliche baltiche, in Finlandia, in Svezia, a Londra e infine torneranno a casa, ad Augsburg, verso Settembre, e cercheranno un lavoro per ricominciare una vita normale. Anche loro vogliono visitare la Mongolia Centrale e il Gobi, così ci accordiamo per un itinerario di massima e torniamo alla Nassan's Guesthouse per avere un'idea dei prezzi. L'ottima offerta che ci viene fatta è di 820 dollari in totale per un viaggio di 16 giorni con un itinerario con qualche variazione da me proposta rispetto a quello standard. Conosciamo anche David, un maestro elementare americano che ogni estate durante le ferie viaggia per tre mesi in Asia perché, dice lui "risparmia dei soldi rispetto a rimanere a San Francisco": vorrebbe unirsi alla spedizione. Decidiamo di rimandare ogni decisione e ci diamo appuntamento per il mezzogiorno del giorno successivo: l'impressione è che Mario e Susanne non siano sicurissimi di prendere anche David. Vedremo.




permalink | inviato da il 3/8/2004 alle 19:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa



2 agosto 2004

Diari mongoli: 22 Giugno - Lost in translation

Mi alzo abbastanza presto e mentre mi incammino per l'onnipresente Peace Avenue incontro due ragazzi mongoli, che a gesti mi fanno capire che vorrebbero che gli scattassi una fotografia. Parlano qualche parola d'inglese. Vorrebbero una copia della foto, mi sembra di capire, magari speravano che la mia macchina fosse una polaroid. Non hanno una casella postale (in Mongolia non esiste un sistema postale che consegna casa per casa), non hanno un'e-mail. Continuano a ripetermi un numero, 88194300. Forse è un numero di telefono, forse pensano che da questo io possa riuscire in un qualche modo a fargli avere la fotografia. Non ho una biro, mi segno il numero piegando le pagine della Lonely Planet corrispondenti alle coppie di cifre. Non so cosa me ne farò, ma mi riprometto di provare a capire se esiste un qualche modo per fargli avere questa foto.



Mi dirigo in banca, che ormai ho esaurito tutti i soldi e devo cambiarne altri. L'impiegata mi chiede, con aria parzialmente schifata, perché le banconote sono così spiegazzate. Cosa vuole che le risponda, che tengo tutti i soldi nella cintura? Comunque, perlomeno, qui mi cambiano anche le banconote con qualche piccolo taglio: negli hotel e nelle agenzie di cambio non accettano banconote che abbiano il seppur minimo taglietto.

A seguire, mi dirigo all'immancabile appuntamento con la colazione di Chez Bernard, dove incontro John e la sua compagna, Ovadan, che mi raccontano degli studi che stanno facendo sulle origini delle antiche popolazioni mongole. La sorella di Ovadan dirige una compagnia di taxi a Mosca, e quindi mi dicono che se avrò bisogno di trasporto dall'aeroporto al centro città posso farglielo sapere e mi possono organizzare loro il trasporto (alla faccia delle coincidenze). Mi lasciano anche i loro biglietti da visita, magari dall'Italia mi farò sentire con un e-mail.

Da Chez Bernard è usanza comune attaccare avvisi in bacheca, per cercare compagni di viaggio. Noto un messaggio di una coppia di ragazze svizzere, che dovrebbero partire per il Gobi proprio oggi: cercano compagni di viaggio. Forse è tardi, forse sono già partite, ma voglio provare ad aggregarmi: se voglio viaggiare per la Mongolia senza spendere troppo devo necessariamente trovare dei compagni di viaggio. L'avviso dice che alloggiano alla UB Guesthouse, c'è anche il numero di telefono. Provo a chiamare, da uno dei soliti uomini-telefono lungo la strada, ma nessuno risponde. Chiedo alla cameriera di Chez Bernard dove sia la UB Guesthouse, ma le sue indicazioni mi portano in mezzo al nulla. Provo a guardare sulla Lonely Planet, e per fortuna la Guesthouse è segnata, e spiegano la zona in cui si trova. Giro per una mezzoretta nei paraggi, ma non trovo nulla: c'è scritto che è difficile da trovare, ma sembra non esistere. Chiedo indicazioni, nessuno sembra saperne nulla.

Improvvisamente si ferma una ragazza che parla francese, molto carina come la maggior parte delle ragazze mongole, che probabilmente presa a compassione dal mio spaesamento decide di darmi una mano a trovare la UB Guesthouse. Trascorriamo tre ore per le strade di Ulaan Baatar, a conversare amabilmente in francese (che io non capisco) e inglese (che lei non capisce). La UB Guesthouse sembra non esistere, nessuno ne sa nulla, non voglio approfittare oltre della sua gentilezza, la riaccompagno al lavoro, nella sede mongola di Givenchy e Dior, di cui è la responsabile. Mi sembra quasi di essere in uno strano remake di "Lost in translation", spaesato in una onirica babele linguistica e comunicativa. Riusciamo persino, in questo strano mix linguistico, a lanciarci in dissertazioni su come la nostra situazione ricordi per certi versi "Aspettando Godot", perché alla fine la meta è diventata meno importante del nostro passeggiare. Alla fine, come era giusto che fosse, semplicemente ci salutiamo, in francese e inglese. Lei mi lascia il suo biglietto da visita.

All'improvviso mi viene un'idea: e se l'UB Guesthouse avesse un sito? Mi dirigo all'Internet Cafè più vicino, e trovo sito e indirizzo. Si è spostata da tutt'altra parte rispetto a dove era prima, è per quello che nessuno ne sapeva niente. Scrivo una breve mail in francese alla ragazza di prima (grazie ai traduttori automatici su Internet), per ringraziarla, e poi mi dirigo alla UB Guesthouse: le ragazze svizzere sono partite da un'ora.

Sono ormai due giorni che sono a Ulaan Baatar, devo darmi da fare per trovare qualcuno che venga in viaggio con me: percorro la via principale più volte, in fondo passano tutti da qui prima o poi. Incontro gente, ma sembra che siano tutti in procinto di tornare a casa oppure che abbiano già organizzato qualcosa. Provo in qualche agenzia di viaggi, alla Nassan's Guesthouse (in Mongolia tutte le Guesthouse organizzano anche viaggi) incontro una coppia di francesi, vogliono andare nel Gobi, partiranno dopodomani: vorrei fare un viaggio più lungo, ma gli prometto che mi farò sentire: se non trovo nient'altro nel frattempo, potrei aggregarmi.

Dappertutto mi dicono che domani arriverà il treno per Pechino, con parecchie persone che cercheranno compagni di viaggio. Vedremo.

Come eravamo rimasti d'accordo vado a cena con Bulgan in un ristorante coreano. Chiacchieriamo del più e del meno, di Ulaan Baatar e dell'Europa.

Bulgan va a casa presto, che domani mattina si deve alzare per andare a lavorare. Vorrei andare in discoteca, ma i locali che provo sono semideserti: forse è troppo presto, sono solo le undici, ma ho troppa sonno per muovermi di casa dopo mezzanotte.

Allora vado a letto, mi accorgo che ho perso il biglietto da visita della ragazza conosciuta oggi. Potrei andare a trovarla in negozio nei prossimi giorni, ma non lo farò: è meglio così, una parentesi deve rimanere tale.




permalink | inviato da il 2/8/2004 alle 8:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa



31 luglio 2004

Diari Mongoli: 21 Giugno - Telefono... casa

Quattro o cinque strade e una piazza rappresentano, a voler stare larghi, tutto il centro di ULAAN BAATAR (1300 m. - 800.000 abitanti).

Ulaan Baatar è, probabilmente, una delle capitali più brutte al mondo. L'unica zona pedonale è piazza Sukhbaatar, vero centro della città, contornata da edifici in stile sovietico, tra i quali il parlamento. Il resto del centro è rappresentato da strade trafficatissime che i pedoni possono percorrere stando ben attenti a non scendere dal marciapiede, pena la vita, visto che attraversare una strada a Ulaan Baatar è forse l'attività più pericolosa della Mongolia (bisogna procedere corsia per corsia, piazzandosi in mezzo a veicoli che marciano a velocità elevate, schivandoli e sperando che non sbandino). Lungo queste strade ci sono alcuni ristoranti, bar, negozi, e qualche banco del mercato. Non esiste nemmeno una "City", una zona dedicata agli affari con edifici di nuova costruzione: qualche nuovo palazzo c'è, soprattutto le sedi delle banche, ma sono costruzioni isolate in mezzo a casermoni sovietici.



In Mongolia anche le cose più semplici diventano complesse. Zaya's Guesthouse è, come già vi ho detto, una sistemazione pulita ed economica (€ 6,00 al giorno). Per entrare dal portone di metallo principale è necessario, come quasi ovunque a UB, digitare una combinazione di tasti su un tastierino numerico. E il fatto che nella maggior parte delle case la combinazione sia scritta sul portone rende ancor più strano il tutto. La porta dell'appartamento, blindata, funziona a chiave, in maniera apparentemente semplice. Ieri sera prima di uscire ho voluto provare il funzionamento delle serrature, per evitare di ritrovarmi a mezzanotte in mezzo ad un cortile deserto senza riuscire ad entrare in casa: nessun problema con la porta chiusa a chiave, ma il portone principale, una volta chiuso, non mi voleva far rientrare. Fortunatamente, dopo 10 minuti di prove, mi soccorre John, professore di antropologia dell'Università dell'Arizona che casualmente abita nell'appartamento sopra al mio, che mi spiega il particolare rito, a base di spinte contemporanee con mano destra e gamba sinistra necessario per aprire la porta. La mattina mi sveglio tranquillo verso le 11.00, mi preparo, provo ad aprire la porta e mi accorgo che sono chiuso dentro. Nessun telefono, ovviamente. Niente cibo. Tutti gli altri sono già usciti. Mi apposto allo spioncino sperando di fermare qualcuno che parli inglese, ma nessuno mi sente o mi capisce attraverso la spessa porta. Ecco allora che dopo un'ora circa decido, visto che sono fortunatamente a piano terra, di provare con la finestra. Che, ovviamente, non si apre se non per la parte superiore ed è chiusa da due vetri distanziati di qualche centimetro l'uno dall'altro e da una grata fissa. Mi arrampico allora sul davanzale interno, sporgo la testa fuori dal vetro in precario equilibrio ed aspetto la comparsa di un qualche essere umano di aspetto occidentale, scrutato con sospetto dalle persone che nel frattempo passano. Caso vuole che, dopo una decina di minuti, mi ritrovi di fronte John, che pietosamente si fa passare la chiave e riesce ad aprirmi la porta dall'esterno. Scoprirò più tardi che nella porta c'è un dispositivo di sicurezza, un pulsante che non va mai toccato pena l'impossibilità ad aprire dall'interno, e che qualcuno forse involontariamente ha premuto. La porta è aperta, esco prima che si richiuda e mi intrappoli per sempre.



La meta è Chez Bernard, una tranquilla pasticceria francese proprio nel centro della via principale di UB (Enkh Taivny Orgon Choloo, familiarmente chiamata Peace Avenue), dove mi aspettano un ottimo strudel di mele e un bicchiere di latte di cocco. Il locale è frequentato da praticamente tutti gli occidentali che vivono a UB, che seduti sulla bella terrazzina in legno, sebbene a un metro dalla trafficatissima strada da cui provengono scarichi di macchina, si sentono quasi a casa.

Tra la mia guesthouse e Chez Bernard, a pochi metri di distanza, c'è lo State Department Store, il negozio più grande e più famoso di Ulaan Baatar. Cinque piani in cui si trova di tutto, dagli alimentari alle televisioni, dai vestiti di marca ai costumi tradizionali mongoli. Tutto di qualità ma tutto costoso, con prezzi ben al di sopra di quelli dei mercati o dei negozietti (anche se, mi si assicura, il maggior prezzo è dovuto a maggiore qualità). Decido di girarlo, per vedere cosa posso trovare di interessante. Il reparto alimentari è di stampo abbastanza occidentale, si trovano tra le altre cose i Ferrero Rocher, la nutella, e altri prodotti simili. La cosa strana è che la maggior parte delle cose sono di marca tedesca, persino il sale è contenuto in una scatola con scritto "salz" e proviene dalla Germania. La pasta è ovviamente italiana, ma di fianco alle marche famose ci sono una serie di marche sconosciute da noi, prodotte probabilmente solo per il mercato estero. Compro della carta igienica coreana, più morbida di quella mongola rimasta ai tempi della ruvidità sovietica, mi dirigo al piano dell'elettronica e scopro che televisori, computer, macchine fotografiche, costano quasi il doppio che da noi. In edicola decido di acquistare un numero di Grazia in mongolo e una copia dell'UB Post e del Mongol Messenger (tutti e due in lingua inglese). Tra le varie cose, si possono trovare alcuni albi di supereroi (Uomo Ragno, X-Men, Gen-13, ecc.) e delle riviste erotiche russe (Playboy, Playmen).



A questo punto, telefonare a casa parrebbe la più semplice delle cose. In giro non ci sono cabine telefoniche, o perlomeno non ne vedo. Anche se mi sembra strano che non si possa chiamare da telefoni pubblici, visto che nonostante tutto Ulaan Baatar è una città moderna con telefoni cellulari, bancomat e quant'altro, seguo l'indicazione della mia fidata guida Lonely Planet e mi dirigo verso l'Ufficio Postale, dove pare ci sia modo di effettuare telefonate internazionali.

L'Ufficio Postale è a pochi metri da Piazza Sukhbaatar, sul lato orientale di Peace Avenue. Si entra per una porta seminascosta, che ho trovato dopo essermi intrufolato in un paio di edifici sbagliati, che si apre su un ampio atrio. Nell'atrio ci sono 5 cabine telefoniche, apparentemente con un lettore di schede ma non di monete, e 3 sportelli, a due dei quali alcune persone fanno la fila per telefonare (quale sarà la differenza tra i telefoni delle cabine e questi?). Sulla sinistra si apre una stanza con i controlli della dogana (per chi vuole spedire pacchi all'estero), di fronte c'è l'ufficio postale vero e proprio, in cui si possono spedire e ricevere lettere (tramite un casellario posatale) e si possono comprare cartoline e francobolli, a destra un'altra stanza enorme che secondo la Lonely Planet è destinata alle chiamate tramite operatore: ma, visto che adesso ci sono anche le cabine, decido che la strada più semplice è quella di procurarsi una tessera e telefonare.

Rimango nell'atrio una decina di minuti, provando a capire inutilmente qualcosa, poi mi dirigo nella stanza dell'ufficio postale, dove vedo uno sportello con una lunga fila e gente che compra tessere telefoniche. Aspetto il mio turno, con gente che si infila da tutte le parti, e provo a chiedere: ovviamente la persona dietro il banco non parla inglese e mi indica un altro sportello.

La signora indicata parla qualche parola di inglese, provo a spiegarmi e mi dice di rivolgermi allo sportello a fianco. Dove, ovviamente, parlano solo mongolo: quando mimo il telefono mi indicano il primo sportello in cui ero andato, che nel frattempo è gestito da una nuova persona.

Fiducioso rifaccio la fila, e scopro che si possono comprare tessere telefoniche, ma per cellulari e non per telefoni fissi: la persona allo sportello mi dice che devo chiedere nell'atrio.

Torno nell'atrio, e provo ad andare nell'unico sportello in cui la gente non sta telefonando (magari è quello in cui vendono le tessere) e provo a informarmi: ovviamente nessuno parla inglese. Provo comunque a chiedere: "International Call"? Mi rispondono, con aria interrogativa, "Bonus?". E la cosa finisce lì.

Mi metto allora ad osservare le persone in fila per telefonare dalle cabine, e vedo che hanno proprio in mano una tessera. All'improvviso in fila si mette un occidentale e decido di cogliere l'occasione e provare a chiedergli lumi.

Mi spiega che la tessera si compra proprio allo sportello in cui sono appena stato, ma che le uniche parole inglesi che conoscono sono "International Call Card". La pronuncia di questa frase dovrebbe garantirmi la tanto agognata carta telefonica.

Vado allo sportello, dico "International Call Card" e noto che una luce si accende negli occhi del mio interlocutore. Ma nulla accade. Riprovo, di nuovo nulla. Una persona mi passa davanti, elargisce 3.000 tugrit e si vede consegnare una tessera. Provo la stessa tattica, dico "International Call Card", tiro fuori i soldi e magicamente appare la tanto agognata carta telefonica. Con istruzioni in inglese. E dal nome "Bonus-3" (ecco spiegata la strana domanda...).

Guardo la tessera. Contrariamente a quello che pensavo non va inserita nel telefono (eppure i telefoni hanno dei lettori di schede... probabilmente non saranno attivi), ma funziona come le ricariche dei cellulari: bisogna grattare la parte argentata, chiamare un numero e inserire il codice segreto.

Mi metto in fila, e quando tocca a me seguo con scrupolo le istruzioni sulla carta: digito "222", poi digito "2" per scegliere la lingua inglese, poi digito il codice di 10 cifre situato sotto la parte argentata poi... mi chiede il numero segreto di 4 cifre. Numero segreto? Ma sulla carta non c'è nessun altro numero segreto.

Provo a digitare tutti i numeri che trovo sulla carta, ma niente da fare. Ho la tessera, ma non riesco ad usarla! Sconsolato vado all'unico sportello dell'atrio dove ho capito che parlano inglese, e chiedo alla signora cosa devo fare, mostrandole la carta. Lei, inorridita, si ritrae e mi dice che non sa niente.

Sto per abbandonare il campo quando una signora mongola, probabilmente impietosita dalla scena, mi si avvicina. Parla inglese.

Mi spiega che il codice segreto sono le ultime 4 cifre del numero di 10 cifre sotto la parte argentata. In pratica prima devo digitare tutto il numero, poi solo le ultime 4 cifre (lo so che non ha senso, lo so). Poi mi dice che non devo fare vedere la tessera telefonica a nessuno, perché c'è gente che cerca apposta dei numeri da utilizzare gratis.

Rifaccio la fila riprovo a telefonare e... sorpresa. La tessera è vuota, qualcuno mi ha letto il numero e l'ha utilizzata.

Ritorno allo sportello, riconsegno altri 3.000 tugrit (€ 2,00 circa) alla signora dicendo le parole magiche e mi vedo riconsegnare un'altra tessera. La gratto di nascosto, arrivo alla cabina, seguo le istruzioni e magicamente, due ore e 6.000 tugrit dopo il mio arrivo all'ufficio postale, tutto funziona).

Chiamo casa, poi provo a chiamare Bulgan. Impossibile: come dice il nome stesso della carta, serve solo a fare chiamate internazionali.

Spaventato dall'idea di dover riiniziare da capo la trafila per acquistare una tessera per telefonate urbane, esco dall'ufficio postale e, con un po' di intuito e tanta fortuna, scopro che la carenza di cabine telefoniche è sopperita da persone che, munite di telefoni cellulari grossi come i nostri apparecchi telefonici casalinghi, viaggiano per le strade di Ulaan Baatar vendendo telefonate urbane e a cellulari a 100 tugrit al minuto. Scrivo su un fogliettino il numero di Bulgan, lo mostro a uno di questi uomini-telefono, e finalmente riesco anche a telefonare a UB.



Ci ho messo una valanga di tempo, ma sono contento, sono riuscito a saltarci fuori da solo.

Mi dirigo verso la mia guesthouse, passando per un paio di bancarelle del mercato in cui noto una ragazza albina. L'impressione è strana: avrà circa 15 anni, e sembra occidentale. Capelli biondi, pelle chiara: gli unici indizi che la tradiscono sono il fatto che indossa occhiali da sole anche di sera e che parla tranquillamente in mongolo con le altre persone.

Ormai il giorno è in discesa.

Vado a cena, al fast food. Ho deciso per questi giorni di non mangiare montone, anche se mi piace, visto che già so che durante il viaggio nelle terre selvagge dovrò mangiarlo quasi ogni giorno.

Stasera le strade sono illuminate, probabilmente ieri c'era stato un guasto. Con la luce sembra tutto più tranquillo, scopro che le persone sedute per la strada che avevo visto ieri sera sono semplicemente uomini-telefono o venditori di qualcosa. Bulgan mi ha detto che di sera UB è pericolosa, ma a me non sembra. Navigo su Internet, aggiorno il blog, poi a mezzanotte passata torno a casa. Mi metto a leggiucchiare quello che trovo, c'è un divertentissimo fumetto su un viaggio in transiberiana fatto da una ragazza di Hong Kong: si parla anche della mia guest house.

Ulaan Baatar è, probabilmente, una delle capitali più brutte al mondo, è vero, ma a dispetto della città qui la vita ha un fascino come da poche altre parti...




permalink | inviato da il 31/7/2004 alle 14:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa



30 luglio 2004

Diari Mongoli: 20 Giugno - Cogito Ergo Sum

Una buona dormita era probabilmente quello che ci voleva. Svegliarsi in un posto nuovo fa sempre uno strano effetto: apro gli occhi e cerco ancora la mia scrivania, la mia sveglia, ma non c'è niente di tutto questo. Però mi sento allo stesso tempo più rilassato e pronto ad affrontare questa nuova avventura, come se durante la notte fossi riuscito a trovare la giusta chiave di lettura.

Leggere, appena alzati, è una tentazione, giusto 10 minuti, per rilassarsi. In fondo mi sono portato dietro un libro interessante, "Storia delle paure alimentari - dal Medioevo all'alba del XX secolo", che ho iniziato a leggere in aereo e che vorrei finire. Ma mi sono ripromesso, in Mongolia, di vivere la vacanza e di non rinchiudermi a leggere, e allora il libro rimane in valigia e decido di farmi portare dall'autista alla stele Tonyukuk, risalente all'VIII secolo, ricoperta di iscrizioni runiche e circondata da balbal (sculture in pietra), e lapidi.



Approfittandone anche per dare un'occhiata più approfondita alle formazioni rocciose viste ieri.



In un posto nuovo qualche timore si ha, chiedo sempre all'autista (che un paio di parole di inglese sembra saperle) se ci sono pericoli, se posso incontrare strani animali o serpenti, o insetti velenosi. Ma camminare in Mongolia, a quanto pare, non è certo più pericoloso che fare una passeggiata in montagna in Italia.

Strade e pali delle luce. Due delle cose che colpiscono subito appena si parte per un viaggio nel big wilderness mongolo.

Le strade asfaltate non esistono. O perlomeno, esistono in un raggio di circa 40 km. da Ulaan Baatar, e poi per brevi tratti in alcune (pochissime) altre zone. Sembra che il crollo del comunismo abbia fatto rimanere incompiuti tutta una serie di progetti di viabilità già avviati (in fondo, come in tutti i regimi, le strade erano ritenute uno dei punti principali da sviluppare: senza strade l'esercito si muove a fatica), e così ecco che vediamo tratti di asfalto ormai logoro e rovinato che uniscono città di secondaria importanza, parti solitarie di schemi di più ampio respiro di cui si è ormai perso ogni senso. Le strade non esistono, si potrebbe dire, non solo le strade asfaltate. Non ci sono cartelli stradali, non ci sono nemmeno vere sterrate. Le jeep passano, in mezzo al nulla, e lasciano impronte che le jeep successive seguono. E così ecco che si formano dei sentieri. Sentieri che si biforcano di continuo, che si diramano in 2, 3, 4 tracce parallele quando un'autista decida che forse 10 metri più in la ci sono meno buche . E senza strade anche le normali cartine stradali non hanno senso. Si chiedono indicazioni lungo la strada ai nomadi che vivono nelle ger isolate, oppure si sfruttano cartine fatte a mano con disegni di montagne, laghi, colline.



Da soli, senza sapere il mongolo, anche con un GPS, è praticamente impossibile sapere quale traccia seguire. E anche volendo evitare le tracce battute, senza l'occhio allenato degli autisti mongoli, è difficile viaggiare in mezzo alla steppa senza finire in qualcuna delle enormi tane di marmotta che sono quasi onnipresenti.

L'unico modo per orientarsi può essere quello di seguire i pali della luce, spesso unica compagnia per ore e ore di viaggio. Si susseguono, senza sosta, in mezzo al nulla, e si sa che fiancheggiandoli si finirà sicuramente in qualche villaggio o in qualche città (se così vogliamo chiamare un insieme di case e ger con solitamente meno di ventimila abitanti).

Pali della luce che sembra stiano in piedi quasi per miracolo ma che sopravvivono ai rigidissimi inverni mongoli. Pali della luce, soprattutto, inutili. Quasi nessuno, al di fuori delle città, che hanno solitamente propri generatori, usa corrente elettrica, e le poche ger attrezzate hanno degli efficienti pannelli solari o dei generatori eolici. Probabile quindi che questi pali siano anch'essi un retaggio del comunismo, utilizzati perché ormai presenti ma non di reale utilità.



Nel pomeriggio gita a cavallo, con Bulgan e i suoi colleghi. Con la ragazza inglese che non riesce a scendere dal cavallo perché ha paura (e pensare che i cavalli mongoli sono notevolmente più bassi dei nostri).



Poi ritorno a Ulaan Baatar. Arrivo a quella che sarà la mia guest house fino a che non partirò per qualche viaggio ancora da organizzare. Da domani sarò solo: Bulgan deve lavorare, e anche di sera sarà difficile vederci. Stanza pulita, il bagno è in comune, ma nell'appartamento siamo solo in 3 camere quindi non ci sono grossi problemi. Esco a cena, ristorante cinese con menù in mongolo, fortunatamente corredato di immagini. Un po' di malinconia, scrivo qualcosa in internet sul mio sito. È mezzanotte, le strade non sono illuminate, incutono timore, gente strana seduta per la strada. Vado a letto.




permalink | inviato da il 30/7/2004 alle 19:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa



29 luglio 2004

Diari mongoli: 19 Giugno - Terelj

Apro gli occhi quando una voce dice che bisogna allacciare le cinture perché siamo in fase di atterraggio a Ulaan Baatar. A dire il vero non capisco le parole, in dormiveglia, ma il tono e l'improvviso accendersi del relativo simbolo mi fanno capire.

Due ore di ritardo, questo sarà il bollettino finale. Mi chiedo se Bulgan mi starà aspettando oppure se sarà dovuta andare via. Alle nove avremmo dovuto partire per Terelj, insieme ai suoi colleghi, e sono già le 10.30.

Esco dalla minuscola sala dedicata agli arrivi, poco più di uno stanzino con un unico nastro trasportatore per i bagagli e un negozietto che vende alcolici e mi guardo intorno, avanzo verso l'uscita dell'aeroporto e due persone mi salutano. Sono Bulgan, vestita con top Calvin Klein e jeans strappati a voler ribadire una volta di più l'occidentalizzazione dell'oriente, e l'autista che ci porterà a

TERELJ - 1600 m.

Terelj è un parco nazionale, vicino a Ulaan Baatar. C'è chi dice a 6o km., chi a 80 km., non c'è modo di sapere con esattezza la distanza.

Una della cose che ho imparato in Mongolia è che nessuno dice quanto tempo ci vuole ad andare da un posto all'altro in macchina. Un'ora? Maybe. 3 ore? Maybe. Nessuna possibilità di indicazioni più precise. E anche i posti diventano, a seconda dell'interlocutore e anche a seconda del suo umore, più o meno distanti. Tanto che una città che alla sera viene detto che si trova a una distanza di 100 km., il giorno dopo si può scoprire che era a mezz'ora di auto. In una nazione senza strade, le distanze e i tempi assumono una patina di aleatorietà quasi magica.

Ma non divaghiamo, si parlava di Terelj, uno dei posti più simili alle nostre alpi della Mongolia, casa di alci, orsi, donnole, linci e altri animali in via di estinzione.

L'impatto con la Mongolia è straniante, mi ritrovo catapultato in una jeep con una persona con la quale mi scrivo da 5 anni, nel mezzo di una città caotica. Per andare a Terelj sfioriamo appena Ulaan Baatar, eppure basta per rendersi conto della sua stranezza: distese sterminate di ger (le tende tipiche in cui vive la maggior parte dei mongoli) a braccetto con fatiscenti edifici di stampo sovietico e qualche nuovo grattacielo, presumibilmente sede di una qualche banca.

Non ho Tugrit (la valuta mongola), e ci fermiamo provvidenzialmente in un albergo per cambiarli. La mia cintura portasoldi mi costringe ad un improvvisato spogliarello che stupisce Bulgan e autista, ma ciononostante riesco a cambiare 100 euro, che per qualche giorno saranno più che sufficienti.

La strada prosegue, le montagne si fanno sempre più vicine. Passiamo un villaggio con delle strane case colorate in costruzione, all'ingresso del parco, e ci tuffiamo in una zona piena di enormi e bellissime formazioni rocciose. Siamo in ritardo, non ci si può fermare, ma la mia smania di salire su qualsiasi cosa abbia a portata di piede mi fa ripromettere di ritornare domani.

Passa un'ora, forse due. Non so, non ho l'orologio, ed arriviamo a destinazione. Bulgan mi indica dove io e l'autista dormiremo, una bellissima ger per turisti, la mia prima ger, con dei mobili colorati, una stufa al centro e un apertura al centro della copertura che viene aperta o chiusa a seconda della temperatura o della pioggia. Il letto, come scoprirò usanza comune in tutta la Mongolia, è insolitamente corto e costringe a dormire non perfettamente stesi.



Si fa appena in tempo a lavarsi le mani ed è già ora di pranzo. O, meglio, è ora di ordinare il pranzo. Perché negli alberghi, in Mongolia, il pranzo va ordinato almeno un’ora prima, o ancor meglio un pasto per l'altro. Perlomeno questo mi fa stare tranquillo che non si mangia niente di precotto.

A pranzo conosco anche i colleghi di Bulgan: siamo a Terelj infatti proprio perché "Save the Children", per la quale tutti lavorano, ha organizzato un weekend lavorativo in un posto tranquillo in cui confrontarsi su idee e progetti: con loro c'è anche una ragazza inglese arrivata da Londra, responsabile della Mongolia di "Save the Children UK".

Il primo pranzo mi vede perplesso di fronte al menu. Tanti piatti, con descrizione in inglese, ma non ho idea delle quantità o dell'effettiva composizione. Ripiego sui Buuz, ravioli ripieni di carne di montone, e una piccola insalata di contorno. Scelta tutto sommato buona.

Lascio tutti al loro lavoro e decido di esplorare i dintorni. Il tempo varia con velocità estrema: prima c'è il sole, poi in lontananza arrivano minacciosi nuvoloni che sfociano in un terribile temporale. Sono ancora frastornato, vedo le cose ma non riesco a capirle appieno. Basta fare due passi per essere assaliti da una torma di persone che provano a convincerti che il loro cavallo è il migliore della Mongolia e che devi per forza farci un giro sopra (a pagamento, ovvio). Incappo in un ovoo, un cumulo di pietre, legna e altri materiali che rappresenta un'offerta agli dei sciamanici: la Mongolia ne è piena, si possono trovare ovunque. Quando si incontrano bisognerebbe girargli attorno per 3 volte in senso orario, aggiungendo una qualche piccola offerta (bottiglie vuote, sassi, denaro, ecc.).



La sera, dopo cena, andiamo nel piccolo barettino-discoteca del nostro hotel: una stanza con una decina dui tavoli alle pareti e una pista da ballo al centro. Musica rigorosamente anni '70 e '80. Due signori sulla cinquantina sono accompagnati da due ragazze sui 20 anni, molto carine e presumibilmente in cerca di soldi facili...

Se qualcuno mi chiedesse cosa c'è di così bello in Mongolia, risponderei nulla. Un nulla con molteplici significati.

In effetti in Mongolia non c'è niente di più bello che da altre parti. Le alpi hanno paesaggi con nulla da invidiare a Terelj o alle gole di Yolin Am. Il deserto del Sahara non è certamente più brutto di quello del Gobi. Le "Flaming Cliffs" di Bayanzag non sono altro che una versione ridotta del Grand Canyon. I monasteri sono senz'altro meno belli di quelli tibetani. Però... Però in Mongolia non c'è nulla. Nulla e nessuno. Il fascino della Mongolia sta nel vedere luoghi non necessariamente intrinsecamente migliori di altri posti similari sparsi per il mondo ma senza persone, senza macchine, senza case. Il fascino della Mongolia sta nell'assenza.

Quello che colpisce, quando si arriva in Mongolia, è che si può guardare da tutte le parti senza vedere altro che steppa, montagne, alberi (pochi, a dire il vero). Anche Terelj, località turistica alle porte di Ulaan Baatar, al di là di un paio di strutture ricettive e un paesino con una cinquantina di case e tende non ha nient'altro. A parte l'albergo con il campo di ger turistiche a vista d'occhio non c'è nulla. Una strada (non asfaltata, come da tradizione mongola), un paio di ger di pastori nomadi sullo sfondo, quasi invisibili, e la possibilità di poter camminare per ore o per giorni senza incontrare anima viva.






permalink | inviato da il 29/7/2004 alle 14:26 | Versione per la stampa



28 luglio 2004

Diari mongoli: 18 Giugno - In marcia

Si parte presto, da Reggio. Sciopero dei treni, dovrei comunque riuscire ad arrivare, il sito delle Ferrovie dello Stato da per certa la partenza dell'espresso per Milano. La Barbara risolve ogni problema, decidendo di accompagnarmi dietro compenso di un Pinocchio snodabile. Alle 9.00, come da copione (due ore prima della partenza) sono alla Malpensa.

Ieri notte poca voglia di partire, ma è normale, è sempre così. La fortuna è che i biglietti aerei si devono comprare in anticipo, ho bisogno di costringermi. Forse perché per me viaggiare è un bisogno più che un piacere, un qualcosa che devo fare ma sul quale la pigrizia potrebbe prendere il sopravvento. Già so che, anche al momento del ritorno, presentarmi in aeroporto sarà dura: sono regolato dalle leggi di Newton, il mio corpo "tende a rimanere nel suo stato di moto o di quiete".

Ho portato con me, da regalare in Mongolia, un numero sconsiderato di biro e di post-it. Ovviamente, li ho messi in valigia, consegnata per il Check In, e quindi eccomi in aeroporto a cercare di comprare una penna, che puntualmente trovo ma che scrive orrendamente e che sarà quindi terminata appena possibile.

La tanto temuta Aeroflot si dimostra una compagnia seria ed affidabile. Ottengo il desiderato posto vicino al finestrino (indispensabile per le foto di rito alle nuvole), le hostess sono gentili, nessun problema sull'aereo.

Anche l'aeroporto di Mosca è una sorpresa. Anni ed anni di terrorismo psicologico mi facevano pensare alla capitale russa come al terzo mondo, e invece ecco che mi ritrovo a scrivere il mio diario al secondo piano dello Sheremetyevo-2, in un barettino di stile Hemingwayano, con il riflesso del sole che mi taglia esattamente in due, nell'attesa di un appetitoso pollo alla Kiev (il caviale lo lascio per il ritorno, che non voglio rischiare problemi alimentari già dal primo giorno). L'aereo è in ritardo di più di un'ora, viene dato in partenza alle 22.15 invece che alle 21.20, e quindi la cena è obbligatoria visto che temo che una volta a bordo mi addormenterò senza mangiare nulla. Ne approfitto per chiamare casa, così sapranno che almeno fino a Mosca sono arrivato, e per avvertire Bulgan, che mi attende all'aeroporto di Ulaan Baatar, del ritardo.

Mi guardo intorno e la gente che parte è tutta bella. Non sono Lombrosiano nel senso più proprio del termine, ma le persone che aspettano di partire hanno uno sguardo e una voglia di vivere che a casa non sempre si ritrova. C'è un orientale, forse un giapponese, che prega su un tappetino rivolto verso la Mecca. Due ragazze parlano tra di loro: una, indiana, indossa un abito tradizionale, l'altra, biondissima, in tailleur. Alcune persone hanno creato con delle scatole e delle coperte dei letti in cui si accingono a passare la notte: forse vivono in aeroporto, come nel film di Spielberg che uscirà tra poco.

All'imbarco noto una ragazza, sola, molto carina, probabilmente inglese. Casualmente (il Dio dei viaggiatori esiste) mi ritrovo a sedere di fianco a lei. Ma, cosa ancora più importante, siamo gli unici che hanno un posto libero al centro (le file sono da 3) per appoggiare le cose e stare più larghi.

Qualche rumore al decollo, ma niente di preoccupante. L'aereo, già in ritardo di un'ora e mezzo, si mette a girare in tondo sopra Mosca. Alla fine mangio anche in aereo, poi mi addormento...






permalink | inviato da il 28/7/2004 alle 13:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa



15 luglio 2004

Le rosse mura di Mosca

Sono a Mosca. Tanti turisti, troppi. E troppo poco tempo.

Oggi in aeroporto ero contento, stavo andando a Mosca, poi l'aereo e' decollato e mi sono accorto che non stavo andando a Mosca, ma stavo lasciando la Mongolia. Lacrimuccia. Forse non avrei dovuto venire. Non per tre giorni. Non so dove andare, le lancette scorrono.

Ci vogliono 5 minuti per andare dall'ingresso dell'albergo alla Piazza Rossa. Ce ne vogliono 15 per andare dall'ingresso dell'albergo alla mia camera. 320 camere per piano, ristoranti, bar, persino un cinema. Mi perdo in ascensore...

Oggi museo Puskin, domani Cremlino, mi voglio svegliare presto, voglio la piazza rossa sgombra.

Forse stasera Hungry Duck, dicono che sia il bar piu' selvaggio d'Europa.

Passo e chiudo, fino al mio ritorno.




permalink | inviato da il 15/7/2004 alle 17:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa



14 luglio 2004

In carrozza...

Oggi ultimo giorno a Ulaan Baatar.

Poco tempo, tanti posti da visitare, e quindi vi ho un po' trascurato.

Ieri sera ho visto Spider Man 2, in un cinema di gran lunga migliore di quelli che abbiamo a Reggio Emilia (e qualcosa vorra' pur dire).

Stasera ultima cena con Mario e Susanne, probabilmente al ristorante camerunense. Poi, penso, una passeggiata in centro.

La valigia e' pronta, anche se ho faticato a chiuderla: spero che il peso non sia troppo elevato.

Presi francobolli per la Roberta, pantofole per la Silvia (ma le preferivi del 38 meno belle o del 40 piu' belle?), strane lattine per la Chiara, come da richieste (chi non e' in questo elenco sappia che e' stato omesso appositamente per farlo arrabbiare).

Domani partenza per Mosca. Domenica 18 ritorno a casa. Non mi ricordo quando devo tornare a lavorare. Forse il 19, forse il 20. Se qualche anima pia mi legge dall'ufficio, mi faccia sapere...

Comunque, prometto, avrete presto un reportage dettagliato, compresi i racconti di come sia possibile cadere in una toilette, un reportage sulla vita delle 'hookers' mongole, la storia della cotoletta che si trasforma in omelette, la metropolitana fantasma e altre amenita'.

Buon fine settimana.




permalink | inviato da il 14/7/2004 alle 11:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa



10 luglio 2004

Back to UB

Fine del lungo viaggio per la selvaggia Mongolia. Oggi sono tornato a Ulaan Baatar, ho miracolosamente trovato un posto dove dormire (nei giorni del Nadaam Festival è quasi impossibile).

È stata dura, tutto il mio bagaglio odora di montone, ma è stata anche un'esperienza unica. Non vi dirò troppo di più, per ora, perché al mio ritorno conto di farvi leggere il mio diario di viaggio, con foto e tutto il resto.

Oggi riposo. Vi terrò informati.




permalink | inviato da il 10/7/2004 alle 6:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa



7 luglio 2004

Notizie dal Gobi

Grazie a George Soros, internet e' sbarcato nel Gobi.

Connessione lentissima, ma qualcosa si puo' fare.

Qui e' successo di tutto, stiamo tornando in 3 perche' David non ha retto e ha scelto di prendere un aereo per Ulaan Baatar.

Noi torneremo il 10, sperando di avere un posto dove dormire (non sara' cosi' facile).

Spero stiate tutti bene anche senza di me.

A presto.




permalink | inviato da il 7/7/2004 alle 4:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa



24 giugno 2004

La via per l'Oxiana

Qui l'atmosfera è sempre più onirica. Ho conosciuto Geraldine, una ragazza francese che ha lasciato casa per seguire le vie del buddhismo. Manca da un anno ormai, e tornerà l'anno prossimo per qualche giorno perché ha promesso alla sorella di essere al suo matrimonio.

Poi una ragazza egiziana che abita in America, arrivata al primo mese di un viaggio che dovrebbe durare più di un anno, viziata e totalmente insopportabile come solo certi americani possono essere, intenta a parlare inglese con chiunque incontri senza curarsi del fatto che le persone non sono obbligate a conoscere la tua lingua. Si fermerà prima della fine del viaggio, penso.

Ho incontrato anche un professore americano di archeologia che viene qui tutte le estati per fare delle ricerche sugli spostamenti delle popolazioni mongole nella preistoria. Penso mi abbia dato il suo biglietto da visita, non lo trovo più, ma ho quello della sua compagna, Ovadan K. Amanova-Olsen, se non ricordo male di origine Turkmena.

Ci si ritrova la mattina a fare colazione in una brasserie francese: l'aria che si respira è quella del secolo scorso, delle colonie, con gli europei che si rinchiudono per qualche decina di minuti in un pezzo di Europa in un territorio totalmente inesplorato, a parlare come se si fosse in un elegante club londinese.

Domani partirò per un itinerario di 16 giorni nell'entroterra mongolo con Mario e Susanne, una coppia di ragazzi tedeschi che si è licenzata per partire per un lunghissimo viaggio intorno al mondo. Hanno anche un sito internet in cui parlano dei paesi in cui vanno. Sono in giro da 15 mesi ormai, prima di tornare a casa ne occorreranno almeno altri 3. Poi, cercheranno un lavoro e torneranno alla loro vita di sempre.

Con noi ci sarà David, un simpatico ragazzo americano, insegnante a San Francisco, che stà compiendo un viaggio di 3 mesi in Asia durante le sue ferie. Un paio di anni fa aveva preso un anno di aspettativa per girare il mondo.

Voleva unirsi a noi anche Micaela, una ragazza spagnola, ma non c'era posto per lei e per David, e così alla fine ho scelto lui.

L'autista parla solo Mongolo e russo, ma la cosa non ci preoccupa troppo.

Ci hanno raccontato che l'hanno scorso una fuoristrada con a bordo 4 turisti si è rotta, e hanno dovuto camminare per 150 km prima di incontrare qualcuno. Speriamo la nostra jeep russa tenga. Vorrà dire che per ogni evenienza compreremo qualche provvista in più.

Ci vediamo al mio ritorno




permalink | inviato da il 24/6/2004 alle 10:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa



24 giugno 2004

Prospettive assonometriche

Peccato, si è detto, riguardo il mio incontro con una bellissima ragazza mongola. Peccato, per cosa?

Si fanno scelte nella vita. E l'amore è una di queste.

Compriamo un maglione, poi lo riponiamo nell'armadio appena ne troviamo uno migliore. Salvo poi riparlarne tra 10 anni, rimpiangendolo, perché non fanno più maglioni come quello.

Non possiamo vivere l'amore come fosse un maglione. Dobbiamo scegliere. Ci sarà sempre un maglione più bello di quello che abbiamo. Più bello perché è nuovo, o più bello perché ci siamo affezionati, in fondo ci ha accompagnato per tanto tempo e ora non c'è più.

E allora dobbiamo decidere, dobbiamo scegliere un maglione, un maglione che ci piace, senza pensare al fatto che ogni anno ne escono di nuovi. Senza pensare ai maglioni che non possiamo più avere. Dobbiamo scegliere un maglione per quello che è, non per quello che sono gli altri.

E io il mio maglione l'ho scelto. Sperando che sia in vendita.




permalink | inviato da il 24/6/2004 alle 9:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (11) | Versione per la stampa



22 giugno 2004

Lost in translation

Se Sofia Coppola fosse venuta in Mongolia anzichè in Giappone, probabilmente avrebbe tratto dal suo viaggio un film altrettanto bello.

Oggi ero alla ricerca di una guesthouse, per partire per un viaggio nel Gobi con due svizzere che cercavano una persona che si aggregasse per spendere meno, quando mi si avvicina una ragazza mongola, probabilmente presa a compassione dal mio spaesamento,che mi chiede quello che cerco e decide di aiutarmi.

Lei, bella come sono belle tutte le ragazze mongole contrariamente a quello che si pensa, parla solo francese, lingua che io non conosco. E allora ecco che trascorriamo tre ore per le strade di Ulaan Baatar, a conversare amabilmente in francese (che io non capisco) e inglese (che lei non capisce), solo per trovare alla fine la Guesthouse in ritardo, con le ragazze svizzere che erano partite da un'ora e lanciarci in una dissertazion su come la nostra situazione ricordasse per certi versi "Aspettando Godot", perchè alla fine la meta aveva perso di significato, sovrastata dalla situazione.

E alla fine, come era giusto che fosse, ci siamo semplicemente salutati, in francese e inglese.




permalink | inviato da il 22/6/2004 alle 14:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa



21 giugno 2004

Rifrazioni

Non starò qui per molto. Ulaan Baatar mi terrà prigioniero forse fino a giovedì o venerdì, prima che le distese sconfinate mi reclamino.

Qui la vita è molto diversa dalla nostra, e ambientarsi non è facile. Oggi ho impiegato un'ora per provare a spiegare alle impiegate delle poste (unico luogo in tutta UB a possedere cabine telefoniche) che volevo una tessera telefonica per chiamare all'estero. Le poche persone che parlavano inglese mi mandavano in altri sportelli, in cui signore mongole allibite mi guardavano senza comprendere cosa cercassi. Poi, alla fine, ho trovato la frase magica 'International call card', che mi ha aperto le porte verso un mondo di tessere telefoniche con bande argentate da grattare e istruzioni rigorosamente in mongolo: per fortuna una signora, impietosita, è riuscita a spiegarmi come digitare il complesso codice per poter accedere alle chiamate internazionali. ovviamente, e come potrebbe essere diverso, la tessera serve SOLO per le chiamate internazionali, per cui per chiamare in città la trafila è ricominciata. Per scoprire che l'assenza di cabine telefoniche è compensata da persone che, munite di telefoni cellulari formato extralarge (simili ai nostri telefoni di casa, per intenderci), girano per le strade vendendo telefonate a 5 centesimi a chiamata.

Ormai è tutto in discesa...




permalink | inviato da il 21/6/2004 alle 15:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa



20 giugno 2004

Passaggi incrociati

Non dovrei essere qui, e forse nemmeno ci sono.

Sono in Mongolia, a Ulaan Baatar, sono le 23.24. Ma internet si sa, è una puttana, si vende ovunque, a chiunque. Il buio è sceso da poco meno di un'ora, ho mangiato: un piatto cinese scelto da un menu fortunatamente corredato di immagini e non solo di scritte in cirillico. Domani camminerò, è quello che so fare meglio, non so dove. Sono qui, in un limbo irreale, mentre la mia vita vera è in sospensione, come le bollicine di gelatina in una bevanda che in Italia ha retto alle leggi del mercato per un paio di mesi. "Zero gravity" si chiamava, gravità zero, la stessa in cui mi ritrovo.

Bisognerebbe partire lasciando tutto a casa, ma cosa succede se il tutto comprende l'anima?

Non lo so, e in fondo potrebbe anche non interessarmi...




permalink | inviato da il 20/6/2004 alle 16:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa



14 giugno 2004

Scelte

Stavamo insieme da cinque anni: una relazione solida direbbero alcuni. Lui, uno di quei ragazzi che hanno sempre successo alle feste, con la battuta pronta ma meno interessati e interessanti di quello che si potrebbe credere a colpo d'occhio. Io... beh, su di me non c'è molto da dire: sono un po' snob, ma tutto sommato tranquilla.

Il molo. Un tempo da lupi. Mi piace passeggiare sul molo in queste condizioni. A lui no. Ma in fondo è un uomo, per cui non ha facoltà di decidere. Cammino sugli scogli, le onde mi bagnano. All'improvviso non so perchè ma scivolo, provo ad aggrapparmi ma cado in acqua. Non capisco più niente, il tempo sembra eterno, non vedo più nulla finchè finalmente mi sento afferrare e torno a respirare. Sono intontita. La gente guarda verso il mare, urla, non capisco. Mi dicono che lui si è gettato per salvarmi, ma che è stato travolto dai flutti, annegato.

...per fortuna ieri non sono riuscita a dirgli che ho trovato un altro e che lo lasciavo...




permalink | inviato da il 14/6/2004 alle 14:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa



10 giugno 2004

L'eredità

La scoperta in un edificio fatiscente alla periferia di Tokyo
Nessuno dei parenti aveva denunciato la sua scomparsa
Muore in solitudine 20 anni fa
Lo ritrovano oggi, ormai scheletro

Sul tavolo della cucina c'era un giornale datato 1984

Chissà se anch'io, un giorno, scomparirò e rimarrà il mio blog, muto testimone di un'assenza presto dimenticata.

Magari, trovandolo per caso, vent'anni dopo, qualcuno si chiederà: "Che fine ha fatto?". "Non lo so", sarà l'inevitabile risposta.




permalink | inviato da il 10/6/2004 alle 14:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa



10 giugno 2004

Ci son due coccodrilli...

Una volta eran chimere,
liocorni,
grifoni,
parole evocanti grandi miti,
finzioni reali.

Oggi è l'intuito femminile:
non esiste, ne sono sicuro,
ma affascina,
come se ci fosse.




permalink | inviato da il 10/6/2004 alle 9:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


sfoglia     settembre        novembre
 


Ultime cose
Il mio profilo



A. Stille - La memoria del futuro
G. Papini - Chiudiamo le scuole
Ristorante Fujiyama
A. Bailey - Il maestro di Delft
Lenz Rifrazioni
Antiwar.com
Iraq Body Count
Iraq Coalition Casualty Count
Esserini


Blog letto 119875 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom